Era giugno del 2003. Non feci in tempo a gustarmi il successo in anatomia che un altro mattone mi stava aspettando alla porta: fisiologia II. Esso era definito, a detta dei laureandi, come l'esame più difficile e stressante di tutti i 6 anni di medicina: vuoi per l'ansia del blocco del 2° anno, vuoi per l'impresa di superare tre professori, vuoi per la difficoltà degli argomenti. Fisio II appariva, a primo acchito, un esame davvero insormontabile; spiegato a lezione per i 2/3 di esso in maniera assolutamente incomprensibile, era caratterizzato dalla mancanza di un unico testo su cui studiare. Il programma d'esame era costituito da 8 pagine, per ogni argomento era consigliato un libro diverso così fummo costretti a fotocopiarcene ben 4, più il quinto che invece comprammo perchè quello consigliato dai docenti (Berne-Levy, Agnati, Schimdt-Thews, Guyton, Baldissera). Inoltre c'era da considerare le sbobine di ogni prof, sia quelle di quell'anno sia quelle dell'anno precedente (a integrazione degli argomenti non trattati), tanto che io e i miei amici perdemmo più di 2 giorni interi per fare le fotocopie di tutto quel materiale (ovviamente non a pagamento, avevamo gli agganci giusti), più un altro giorno per mettere in ordine le pagine e rilegarle. Uscimmo dalla stanzetta della fotocopiatrice con più di 1000 pagine a testa. Di tentativo di impresa si trattava, ne eravamo tutti ben consapevoli. Era il 9 giugno.
Mi ricordo che in quei giorni cominciai a studiare da solo nella mia buia e triste tavernetta-bunker, mentre fuori il sole faceva alzare il mercurio nella colonnina dei termometri a livelli a cui mai era arrivato in 150 anni. Studiai per oltre un mese e mezzo, arrivai a pochi giorni dall'esame che dovevo ancora iniziare a ripassare. Chiamai Nick e gli proposi di ripetere, accettò. Il mio amico aveva la casa libera, visto che i suoi genitori erano andati in vacanza, così andavo a studiare tutto il giorno da lui. Nick aveva da qualche mese finito la storia con Ilaria, una bella ragazza mora con cui era stato insieme quasi un anno, ma ricordo che in quel periodo si stavano rifrequentando e lei andava tutte le sere a dormire da lui; così ricordo che noi cominciavamo a studiare alle 9, lei invece si alzava alle 10, con calma, veniva a dare il bacio del buongiorno a Nick poi se ne andava via.
Il 25 luglio provammo entrambi l'esame, certi che non ce l'avremmo mai potuta fare: io venni segato in renale dopo un minuto, Nick venne segato dopo neanche 30 secondi dal prof di cardiovascolare, dopo che con un colpo di culo micidiale era riuscito a passare la parte di renale. Usciti dall'aula, ci guardammo in faccia e ci uscì una surreale risata: ci aspettava un'estate sui libri, ma prima di tutto una partita alla playstation a casa mia.
Ero arrivato alla resa dei conti. Non si poteva più sbagliare, nessun errore poteva essere ammesso. O passavo l'esame o perdevo l'anno, e con esso la poca autostima rimasta e i sogni di una vita. Mi ero ripromesso che se non ce l'avessi fatta avrei mollato medicina, per andare a fare il carabiniere; così fantasticavo su come sarebbe stato portare la divisa, avere la pistola o quel superpennacchione rosso durante gli avvenimenti importanti, che tanto mi piaceva guardare al Tg1 quand'ero piccolo. Una sconfitta personale di dimensioni così enormi non sarebbe stata digeribile, neanche da uno come me che era sempre rimasto in piedi nonostante tutti i pugni che i vari boxeur di turno durante la mia vita mi avevano tirato per farmi soccombere.
Era maggio, quell'anno c'era un caldo mai visto. Io e la Silvia ci trovammo a metà mese per stilare un programma di studio. Il 3 giugno 2003 era la data che avrebbe segnato il nostro destino: eravamo messi nella stessa identica maniera, stessi esami fatti, quasi gli stessi voti, stessa situazione di merda. Ci rimboccammo le maniche e partimmo a studiare il primo argomento: le cavità orbitarie, con tutte quelle pareti del cavolo. Il giorno dopo si aggiunse a noi Ricky, un nostro compagno di studi.
Di quel periodo ricordo di quando andavo a studiare a casa della Silvia (studentessa fuori sede) e mi perdevo a fissare la miriade di calendari erotici del suo coinquilino attaccati al muro; di quando ripetevamo nel giardino interno degli istituti anatomici con un cranio in mano o con un femore usato a mo' di bastone quando qualcuno di noi diceva una fesseria; della finale di Manchester persa dalla Juve per la quale Ricky ci abbandonò per tre giorni perchè andò in Inghilterra a vederla; delle liti furibonde che facevamo quando ognuno sosteneva la propria tesi (a che livello nasceva l'arco aortico? T2 o T4?) e di Ricky che, nel bel mezzo delle urla, col suo cellulare di nuova generazione faceva partire la sigla di E.R per sdrammatizzare; ricordo inoltre il primo giorno di ripasso generale, quando non ricordavo niente della cavità orbitaria e nasale e andai in crisi fino ad avere quasi le lacrime agli occhi; di quando il bidello degli istituti anatomici, che era diventato nostro amico, ci venne ad aprire clandestinamente solo per noi gli interi istituti anatomici il giorno prima dell'esame durante un festivo (festa della repubblica). Solo di una cosa, quel giorno stesso, avevo il terrore: l'utero e i suoi incannatissimi 4 legamenti. Ora voi mi direte: "Cacchio, un figlio di un ginecologo che non sa l'utero è un fallito!", purtroppo però non riusciva a entrarmi in testa neanche se me la picchiavo di continuo con il femore.
3 giugno. Mi siedo, davanti a me la prof che, in silenzio, guarda il mio libretto e scrive qualcosa sa un pezzo di carta bianca. Nella mia mente in preda al terrore, solo un'immagine: un utero gigantesco con il pallido colore rosa delle tavole del Netter, dai quali partivano enormi legamenti multicolore tra i quali spiccavano quelli con il nome più tenebroso che avessi mai sentito nella mia breve vita da studente di medicina: i terribili LEGAMENTI CARDINALI DEL MACKENRODT. Quando pensavo a essi mi veniva in mente una bussola (dove ci sono i segni cardinali) e un piatto sospeso in aria di maccheroni al pomodoro, secchi, freddi e disgustosi, e ogni volta che ripassavamo l'utero, allo scandire quell'orrendo nome, un brivido di paura mi percorreva la schiena.
"Mi parli... (ci pensa su), mi parli... mi parli dell'utero!". Non ci potevo credere. La leggenda che avevo sentito qualche tempo prima da uno studente più anziano di me era vera. Io lo avevo addirittura deriso per la sua teoria, e invece scoprii che era valida. Così mi vennero in mente le sue parole profetiche: "Quando ti presenti a un orale non sapendo un argomento e, prima che il prof cominci a interrogarti, speri in cuor tuo che la domanda non sia proprio su quell'unica cosa che non sai, hai un'altissima probabilità che invece ti chieda proprio quella cosa".
("No, non ci credo, non ci posso credere, ora come faccio"). Iin fondo, cazzo, mi erano venuti i bernoccoli in testa a furia di femorate per studiare quell'organo! Così partii. Memore dell'esempio che la prof fece a lezione, cominciai così: "L'utero è un organo cavo a forma di pera Williams rovesciata". Sgranò gli occhi e un sorriso nacque sul suo viso.
"Non va bene?" le chiesi io.
"No no va bene, è solo che mai nessuno mi aveva detto una cosa del genere all'esame"
"Eh prof, ma sa, è meglio specificare, perchè esistono tanti tipi di pera che hanno forma diversa dalla Williams"
E lei, ridendo: "Eh beh ha ragione, continui pure".
Le dissi bene le generalità sull'utero, feci un po' di casino sui legamenti, ma riuscii a passare macroanatomia. Dopo mezz'ora mi interrogò la prof. di microanatomia che mi chiese l'ipofisi e gli ormoni ipofisari, me la cavai discretamente.
21. Quel voto significava che avrei continuato a vedere i pennacchi dei carabinieri in televisione, ma soprattutto che in quella afosa, fottutissima estate di 4 anni fa mi sarei dovuto fare un culo così per passare l'altro bestione che mi aspettava dietro l'angolo: fisiologia II.
La sessione d'esame invernale del 2003 fu un disastro completo. Dopo inglese, cominciai con chimica, passai lo scritto per puro caso e non mi presentai all'orale, o meglio, mi presentai ma al momento di essere interrogato chiesi di andarmene. Mi buttai su anatomia II, con la forza della disperazione di chi sa che per passare il blocco del 2° anno deve compiere un autentico miracolo.
Come ho scritto nel post "8 - INGLESE III", in quei tempi avevo cominciato a frequentare i ragazzi di CL - Student Office e ad andare alle consuete riunioni settimanali. Le prime a cui partecipai mi colpirono profondamente: leggendo alcuni passi dei libri di Don Giussani, partiva un dibattito sull'argomento del giorno al quale poteva partecipare chiunque avesse voluto. Si facevano discorsi molto profondi e io ero stupidamente affascinato da tutto ciò che rappresentava una completa novità per il mio Io, affamato a quei tempi di discorsi semifilosofici sulla vita. Così, senza che me ne rendessi conto, mi ritrovai completamente invischiato nell'accoppiata CL - Student Office e, visto che erano ormai prossime le elezioni studentesche, l'Agnese mi candidò per la rappresentanza degli studenti in Consiglio di Laurea e di Facoltà. "Così facciamo numero, non ti preoccupare se poi non puoi venire ai consigli" mi aveva convinto lei. Oltre ad Agnese, c'era una ragazza del 5° anno (Miss 30 e lode) che mi aiutava nello studio dell'anatomia, ma comunque non assimilavo nulla di quello che mi spiegava! In uno di questi incontri con Miss 30 e lode venne anche Silvia, quella ragazza di cui ho raccontato l'esame di istologia. Alla fine della lezione, durante la quale Miss 30 e lode ci aveva cagnato in continuazione, decidemmo di non partecipare più ad alcun incontro con lei.
Andai all'esame impreparato come non mai. Dovevo tentare però, era l'ultimo appello di febbraio, non potevo buttare via l'ultima possibilità di dare almeno un esame di sessione. Partii con microanatomia: l'esame consisteva nel descrivere 3 vetrini su foglio protocollo, poi integrare lo scritto con l'orale dopo circa mezz'ora; naturalmente, non poteva mancare anche l'interrogazione di macroanatomia con un'altra prof. Cominciai a guardare negli obiettivi dei 3 microscopi che avevo davanti, ma non ci capii una mazza di niente. Provai a scrivere qualcosa a caso sul foglio e a indovinare i 3 vetrini, ma non sapevo proprio un cazzo (detta come va detta). Finito lo scritto, passai alla correzione e all'interrogazione orale. Letto ciò che avevo scritto, il mio prof storse il naso tanto da fare quasi un giro di 90 gradi, poi mi fece una domanda davvero gnocca sugli enterociti. Scena muta. Poi toccai il fondo: davanti a tutti i miei compagni di corso, il prof esclamò a gran voce: "SCUSI SA, LEI NON PUO' VENIRE QUI A FARE IL KAMIKAZE". Gelo. Il tempo si fermò. Tutto diventò di ghiaccio attorno. Mi caddero le braccia, e quel minimo di orgoglio che avevo cadde a terra fracassandosi in mille pezzi, facendo un frastuono fragoroso, come una tavolata di bicchieri di cristallo che cade in una stanza ampia e vuota. Avevo studiato più di un mese, ma lo avevo fatto male.
Era andato tutto male. Malissimo. Marzo lo passai a crogiolarmi nell'autocommiserazione, aprile a studiare per l'appello straordinario di maggio di fisiologia I che, manco a dirlo, non passai. Quello fu il capolinea della mia diastrosa vita universitaria al biennio. Avevo 9 esami da dare in 3 mesi per poter passare l'anno: un'impresa impossibile. In quell'anno e mezzo non avevo combinato davvero un tubo, avevo fatto pietà. Decisi, quindi, che l'esame di anatomia del 3 giugno 2003 sarebbe stato l'appello della verità: o ce la facevo, o mollavo medicina. Solo un miracolo avrebbe potuto salvarmi, ma in fondo l'avevo già conosciuta. Il miracolo si chiamava Silvia.
Inutile parlare dell'esame di inglese, esame-farsa di cui non ricordo nulla. Dopo l'esame di anatomia I, nel mio IO si aprì una profonda voragine in cui caddi dentro inevitabilmente. Il periodo gennaio-aprile 2003 lo ricordo ancora oggi come il pezzo di puzzle più nero della mia vita. Passai un Capodanno degno del migliore film horror che abbiate mai visto: un drug-Capodanno. Io sono completamente contrario a qualsiasi droga che non siano le semplici canne occasionali tra amici, ma ci pensarono i miei amici a portare un arsenale chimico davvero imponente; per la serie: se ci beccavano gli sbirri con tutto quello che avevamo andavamo diretti in galera. Così fui costretto a vedere la scena apocalittica di persone sedute attorno a un tavolo, a lume di candela e in sottofondo DJ Ralf, che spippavano bamba e speed da un enorme specchio (poggiato sul tavolo) che qualcuno aveva staccato da un muro per imitare qualche attore di qualche film sulle droghe, la roba stesa su di esso a formare la parola "RALF", mentre intanto chilum di dimensioni gigantesche passavano da una persona all'altra; bottiglie di alcool ai bordi del tavolo, una cappa allucinante di fumo, cannoni che giravano e venivano rollati di continuo; appeso al muro completava questa scena un crocifisso che con la luce soffusa appariva enorme, dal quale il Cristo sembrava sussurrare citazioni dantesche: "Questi ormai sono persi. Non ti curar di loro, ma guarda e passa". Così fui costretto a guardare la donna dei miei sogni di cui ero fortemente innamorato, l'Alice, mentre smascellava avidamente dopo aver preso la prima pasticca della sua esistenza. Sorriso vuoto, quasi una smorfia, occhi semichiusi, testa reclinata all'indietro, discorsi campati per aria: quella non era l'Alice di cui ero follemente perso.
Passare l'esame di anatomia I non servì a niente, anzi aumentò la sfiducia in me stesso. Ero convinto di averlo passato non perchè lo meritavo, ma perchè avevo avuto un colpo di culo pazzesco; così la mia autostima toccò inevitabilmente un livello che a confronto l'oceanica fossa delle Marianne non è niente. Bisognerebbe, a questo punto, fare un excursus sulla mia intricata adolescenza, nella quale sono eradicati i motivi della mia bassa autostima. Fino a 11 anni ero un bambino così vivace che i miei vecchi facevano fatica a farmi star fermo, poi, a furia di botte (il più delle volte meritatissime, lo ammetto), riuscirono nel loro intento: fermare la mia irrequietezza. Così fino a 15 anni rimasi un bambino, forse per colpa della campana di vetro nella quale mi avevano rinchiuso i miei genitori per proteggermi da chissà quali pericoli esterni. Un giorno, però, mi svegliai. Scoprii l'adolescenza e un nuovo mondo a essa correlata. Fu ancora mio padre, purtroppo, a stroncarmi la libertà. Inventava regole assurde, imposizioni tiranniche, impedimenti innaturali. Mi ricordo a 16-17 anni, tra le tante regole, il limite di 3 uscite serali settimanali durante l'estate con coprifuoco alle 22:00, limite d'orario del sabato durante il periodo scolastico fissato alle 24 e mai più di un sabato ogni mese, a letto entro le 22:30, paga settimanale al minimo salariale (10.000 lire), niente mezzi motorizzati fino a 18 anni (poi a 17 anni, minacciando il suicidio con un cutter in mano, me lo comprarono), niente uscite settimanali prima delle ore 18:30 fino a un massimo di un'ora e tante, tante altre che ora non mi vengono in mente. Un inferno di regole che non ho mai digerito e che ancora adesso, quando mi incazzo con mio padre, rinfaccio senza remore. Facendo 2+2, appare chiaro come, vedendo i miei amici che avevano mooooolta più libertà di me, mi sia nato un enorme complesso d'inferiorità che, col senno di adesso, appare un pò ridicolo. Si sa come sono gli adolescenti: spietati con chi è diverso dal branco. Così mi facevano pesare che avevo il coprifuoco, che non avevo lo scooter come loro, che non avevo mai soldi: immaginatevi come mi potevo sentire. Sono sempre stato un ragazzo solare e sincero; avrei potuto anche raccontare balle e nascondere ai miei amici le assurde regole a cui dovevo attenermi, ma non ce la facevo. Le persone mi stimano perchè non mi vergogno a esteriorizzare i miei sentimenti e le mie paure, come sto facendo in questo post; così ero anche allora: perchè dovevo nascondere qualcosa ai miei amici? Con quelle regole anche le conoscenze femminili mi erano quasi precluse, quindi niente donne = niente prime esperienze. Si instaurò un circolo vizioso autoalimentantesi che mi portò alla falsa idea di essere un brutto ragazzo perchè non avevo mai avuto esperienze con ragazze fino ai 16 anni, così, desideroso di dare il mio primo bacio, mi imbarcai con una ragazza che ad equipararla a un bidone della spazzatura si svaluta il bidone della spazzatura. Successivamente, ci provai sempre e comunque con ragazze brutte che ovviamente ci stavano (i famosi "rutti di porco" come li chiamava la mia compagnia che non poteva far altro che prendermi in giro, e, le poche volte che non lo faceva, ci pensava la mia psiche a credere che mi sparlassero dietro), e più andavo con esse più la mia autostima diminuiva e più mi convincevo che ero brutto e più facevo fatica a impezzare le ragazze. Ancora adesso risento degli strascichi di quel problema, seppur in maniera minore, che mi limita fortemente nell'arte dell'"impezzamento" (per i non emiliani, l'attaccare bottone) che dovrebbe essere insito in ogni uomo per natura. Non che non abbia avuto anche ragazze carine, sia chiaro. Dove la mia autostima non mi faceva arrivare, ci pensava la mia testa: la cosa che, a differenza dei miei amici, valorizzavo di più. Quando parlavo con loro del mio futuro, gli raccontavo del mio sogno di diventare medico; ma loro erano pronti a screditarmi, a dire che lo studio non era importante nella vita, che negli anni in cui io sarei stato impegnato a studiare loro avrebbero già cominciato a lavorare e avrebbero accumulato più soldi di me, magari lavorando come bancari perchè i loro genitori avevano le conoscenze giuste. Erano due persone che facevano questi discorsi: una ora è in cura da uno psichiatra dopo che ha spaccato un asse di legno sulla schiena di suo zio e, da quel che so, dopo aver lavorato da varie parti tra le quali ditte di autotrasporti e commesso al Conad, ora è disoccupato; l'altro si è appena licenziato dal negozio di calzature Bata nella quale ha lavorato per 5 anni e attualmente è disoccupato, con un figlio in arrivo da una donna che, dalle notizie che mi sono giunte, sta per lasciare.
Torniamo a tempi più recenti. In quei tempi cercavo disperatamente un appiglio a cui aggrapparmi per non sprofondare ancora di più nell'autocommiserazione e nella depressione che stava cominciando a dare i primi segni di sè. Così, a furia di cercare una persona che mi salvasse, conobbi l'Agnese. Era una ragazza di CL (Comunione e Liberazione, un'associazione così cattolica da sembrare dall'esterno quasi una setta) che faceva la rappresentante degli studenti per il sindacato "Student Office"; grazie a questo suo impegno politico, questa ragazza del quinto anno di medicina era molto conosciuta nell'ambiente universitario. La conobbi, come succede tante volte nella vita, per una pura coincidenza; un giorno, mentre studiavo in biblioteca, incontrai un mio vecchio conmpagno di classe delle medie che mi invitò a una conferenza organizzata dai ragazzi di CL. Io, ancora ignaro del significato della sigla "CL", accettai, non senza diffidenza, di partecipare a quell'evento, durante il quale l'Agnese fece un intervento che mi colpì profondamente: parlò di valori e del senso della vita, di autostima e fiducia in se stessi, degli obiettivi che ci permettono di alzarci dal letto tutti i giorni essendo speranzosi per la nuova giornata che ci troviamo davanti. Così, a fine conferenza, mi complimentai personalmente con l'Agnese per le belle parole che aveva detto in quel tardo pomeriggio d'inverno. Lei rimase sorpresa dai miei complimenti, poi mi invitò a partecipare alle consuete riunioni settimanali che CL organizzava per i suoi adepti. In questo modo entrai in quella strana associazione nella quale tutti erano amici, tutti avevano quei valori che io tanto avevo cercato invano nella mia vecchia compagnia, tutti si impegnavano a livello sindacale per aiutare gli studenti in difficoltà. Non potevo immaginare che dieci mesi dopo mi avrebbero tradito nel momento in cui avrei avuto più bisogno di loro.