51 esami

Il lungo viaggio di uno studente di medicina per arrivare ad ottenere la "licenza di uccidere"

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Sono un pezzo di puzzle da 6 miliardi di pezzi. Sono un idealista con un progetto di vita. Sono io, e sono unico al mondo.

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Sono passati di qua *loading* pazzi (scatenati)
mercoledì, 20 giugno 2007

10 - FISIOLOGIA II (1° parte)

Era giugno del 2003. Non feci in tempo a gustarmi il successo in anatomia che un altro mattone mi stava aspettando alla porta: fisiologia II. Esso era definito, a detta dei laureandi, come l'esame più difficile e stressante di tutti i 6 anni di medicina: vuoi per l'ansia del blocco del 2° anno, vuoi per l'impresa di superare tre professori, vuoi per la difficoltà degli argomenti. Fisio II appariva, a primo acchito, un esame davvero insormontabile; spiegato a lezione per i 2/3 di esso in maniera assolutamente incomprensibile, era caratterizzato dalla mancanza di un unico testo su cui studiare. Il programma d'esame era costituito da 8 pagine, per ogni argomento era consigliato un libro diverso così fummo costretti a fotocopiarcene ben 4, più il quinto che invece comprammo perchè quello consigliato dai docenti (Berne-Levy, Agnati, Schimdt-Thews, Guyton, Baldissera). Inoltre c'era da considerare le sbobine di ogni prof, sia quelle di quell'anno sia quelle dell'anno precedente (a integrazione degli argomenti non trattati), tanto che io e i miei amici perdemmo più di 2 giorni interi per fare le fotocopie di tutto quel materiale (ovviamente non a pagamento, avevamo gli agganci giusti), più un altro giorno per mettere in ordine le pagine e rilegarle. Uscimmo dalla stanzetta della fotocopiatrice con più di 1000 pagine a testa. Di tentativo di impresa si trattava, ne eravamo tutti ben consapevoli. Era il 9 giugno.

Mi ricordo che in quei giorni cominciai a studiare da solo nella mia buia e triste tavernetta-bunker, mentre fuori il sole faceva alzare il mercurio nella colonnina dei termometri a livelli a cui mai era arrivato in 150 anni. Studiai per oltre un mese e mezzo, arrivai a pochi giorni dall'esame che dovevo ancora iniziare a ripassare. Chiamai Nick e gli proposi di ripetere, accettò. Il mio amico aveva la casa libera, visto che i suoi genitori erano andati in vacanza, così andavo a studiare tutto il giorno da lui. Nick aveva da qualche mese finito la storia con Ilaria, una bella ragazza mora con cui era stato insieme quasi un anno, ma ricordo che in quel periodo si stavano rifrequentando e lei andava tutte le sere a dormire da lui; così ricordo che noi cominciavamo a studiare alle 9, lei invece si alzava alle 10, con calma, veniva a dare il bacio del buongiorno a Nick poi se ne andava via.

Il 25 luglio provammo entrambi l'esame, certi che non ce l'avremmo mai potuta fare: io venni segato in renale dopo un minuto, Nick venne segato dopo neanche 30 secondi dal prof di cardiovascolare, dopo che con un colpo di culo micidiale era riuscito a passare la parte di renale. Usciti dall'aula, ci guardammo in faccia e ci uscì una surreale risata: ci aspettava un'estate sui libri, ma prima di tutto una partita alla playstation a casa mia.

postato da: kenzus alle ore 20:18 | link | commenti (10)
categorie: esami
sabato, 19 maggio 2007

UN RAGAZZO

Premessa: questo è l'altro punto di vista, scritto dalla mia ragazza, del post del 18 dicembre 2006 http://51esami.splinder.com/post/10283063/UNA+RAGAZZA . Federica ha fatto per me qualcosa che mai nessuno aveva fatto, qualcosa che al solo pensiero mi scatena brividi lungo la schiena. Per il nostro primo anniversario di fidanzamento mi ha scritto un libro...

18052007

La foto non è scelta a caso, l'ha fatta lei con la fotocamera e quando me l'ha fatta vedere ne sono rimasto meravigliato. Vi riporto la terza parte, la descrizione "speculare" di ciò che successe quel giorno.

QUEL GIORNO INDIMENTICABILE A ROMA

Era ormai da qualche tempo che stava cambiando la stagione. Si erano gia visti i primi fiori sbocciare, l’aria era già più mite e il sole iniziava a regalare le prime vere belle giornate di primavera… gli uccellini cantavano, i cappotti invernali erano anche loro ormai passati. Era il primo giorno di maggio. Rimaneva solo un po’ la giovane mattina, con la sua umida temperatura, i suoi colori tenui e chiari, a segnare il ricordo del freddo inverno triste appena passato. Triste era anche il mio cuore allora, deluso e scottato da un amore malato. Ma quella mattina una strana sensazione positiva mi avvolgeva intorno, nascondendo alla perfezione il volto ferito da tanto dolore…le lacrime versate in tanti mesi precedenti mi avevamo reso molto forte e avevano risvegliato quella parte di me che si era addormentata sotto la potenza di un carattere troppo autoritario…ne ero uscita devastata. Sfibrata. Logorata. Ma tanto forte.
Non avevo la più pallida idea dell’avventura a cui stavo andando incontro, ma sapevo che mi avrebbe fatto bene. Me lo sentivo. Mi avrebbe fatto bene. Decisi: facciamo questa pazzia!

Mi trovai il 1° maggio alle 7.30 nel piazzale delle corriere di Modena con la Linda. Le uniche cose che sapevo era la destinazione: “Roma” e un nome: “Gabry”… non avevo mai sentito parlare in 22 anni del Concerto del 1° Maggio a Roma, non sapevo che era un concerto famosissimo, non sapevo che ogni anno un sacco di ragazzi vanno a questo benedetto concerto, non sapevo che anche a Modena organizzavano dei pullman di studenti per raggiungere Roma, né tanto meno sapevo che proprio quei ragazzi che ogni anno organizzano i pullman sono studenti e rappresentanti del mio corso di Laurea!! Ecco come ogni volta casco giù dal pero… (una delle mie caratteristiche fondamentali!!  D’altronde vivo a Fossoli, nel mio piccolo mondo incantato…)
La Romina era l’altra pazza compagna di avventura che avremmo dovuto raccogliere per strada al casello di Firenze…o almeno così mi aveva assicurato Gabry. Ero proprio curiosa di vedere sto Gabry, …non l’avevo mai visto ma con quell’accento toscano non avrei mai potuto sbagliarmi nel riconoscerlo, scampando una possibile figuraccia. Ci eravamo sentiti un sacco di volte la sera prima di partire, per sistemare al dettaglio l’incontro e il programma di quella mattina. E di parola, o quasi, fu…  Il pullman era gia nel piazzale, pronto. Alcuni ragazzi intorno stavano già aspettando. Da lontano vedo la Linda, corsi verso di lei e ci abbracciammo con gioia, tutte entusiaste per la nostra imminente partenza. Ci avvicinammo anche noi al pullman, ci guardammo attorno un po’ impacciate ma con le orecchie ben aperte, aspettando di carpire tra i ragazzi qualche parola con l’accento toscano. Passarono pochi minuti quando tre bei giovanotti si avvicinarono. Si presentarono: “Gabry”, “Matteo”, “Leonardo” ..piacere…. Li guardai con occhi incuriositi nella speranza di dare almeno a loro (gli occhi) la loro parte…
Mentalmente, durante lo scambio reciproco delle presentazioni, mi  balenò per la testa a mia insaputa qualche piccolo commento involontario: “ questo no"..  “questo nemmeno”.. “non ci siamo”…  mi ricordo che quell’attimo fu breve e di poca rilevanza. Dopo aver conosciuto i ragazzi, scambiammo altre 2 chiacchiere commentando tutto il traffico di telefonate che c'era stato nei giorni precedenti per organizzare il tutto, dopodiché Gabry ci disse che non sarebbe venuto, e che per qualsiasi problema potevamo rivolgerci a “Matteo”, la nostra guida. “No problem”, pensai, e così finalmente partimmo.

Ero molto agitata. Non mi sembrava vero. Avevo voglia di vedere la Romi per condividere anche con lei queste forti emozioni. Dopo un breve tratto di autostrada mi venne in mente di ricordare alla nostra “guida” di fermare tutta la “baracca” a Firenze per tirare su la Romi. Mi avvicinai verso l’autista e con gran voce carica parlai con Matteo (che forse poverino lo spaventai col tono di voce) sul da farsi. Notai, mentre stavo già parlando, che era tutto rannicchiato a braccia conserte, prima del mio arrivo, nei posti davanti e solo dopo mi sono accorta della trasformazione a cui i suoi occhi andarono incontro: da quasi assonnati a quasi sbarrati… il suo corpo ormai quasi sulla posizione dell’attenti… (Boh, chissà cosa è successo?? ho pensato tra me e me). Poi come da solita sbadata e superficialona del momento, tornai a sedermi e dimenticai tutto.
Arrivammo a Firenze e adesso eravamo davvero pronti per la destinazione.
Destinazione paradiso per un solo giorno: Roma.

Il viaggio di andata durò parecchio. Spesso mi sono messa al finestrino e guardando fuori riflettevo in generale sulla mia vita. Sul passato e sul futuro… pensieri che si fanno proprio quando hai tempo e quando nessuno ti rompe le scatole e la solitudine ti permette di entrare in questo stato di transizione psico-mentale... Però il mio trip non durò molto perché la nostra “guida spirituale” romana si attaccò al microfono del pullman e con una simpatica voce iniziò ad urlare proposte di film per allietare il viaggio. Inizialmente mi mostrai del tutto disinteressata da tali proposte ma poi la mia attenzione fu catturata dalla battaglia che Matteo, “la guida”, riuscì a creare per la scelta del film. Il bus era schierato tra testa e coda, Madagascar contro Taxxi 3. Rimasi parecchio affascinata, non so neanche io il perché, dal modo in cui quel ragazzo pronunciava i nomi dei film al microfono, dal sorriso che aveva e dalla voce carica che utilizzava, speranzosa però di accontentare il suo pubblico. Sorpresa della mia reazione inaspettata, mi misi in mezzo anche io per incrementare il caos e magari osservare meglio i comportamenti che mi avevano colpito. Spudorata come sempre, iniziai ad osservarlo e mi impuntai su Madagascar; il caos aumentò. Notai che la nostra “guida” stava badando molto alle aspettative della testata del pullman (dove c’ero anche io) e mi accorsi che mi lanciava qualche occhiatina, o almeno così pensai (certo che urlavo come una gallina e forse chiunque mi avrebbe notato)…sbattei un po’ le ciglia, sorrisetto angelico, capo inclinato e scoccai la frecciatina con tanto di occhi dolci a cui nessuno può dire di no… A questo punto, il bel giovincello entrò davvero in panne, e il suo stato di indecisione fu stroncato proprio dalla mia tecnica invincibile! Vinse Madagascar… Mi aveva dato (indirettamente) ascolto e subito pensai: “Almeno è un gentiluomo quel bel giovincello…bravo bravo!!”
Terminata la “battaglia”, in pullman si respirava una quiete rilassante. Il simpatico cartone aveva già dato inizio alle sue prime immagini e quasi tutti i ragazzi rivolsero la loro attenzione a “Madagascar”. Persa tra me e me, iniziai a navigare con la testa, la mia mente si smarrì nuovamente tra le nuvole, allietata dal ronzio sordo del bus in movimento mentre i miei occhi dilatati erano catturati dalle immagini colorate in movimento della televisione. Una leggera sensazione di benessere e piacere mi riempiva dentro. Ero tranquilla e stavo davvero bene ma proprio in quell’istante accadde una cosa molto, molto particolare. Ad un tratto mi cadde per caso lo sguardo, ormai fisso alla televisione, sul ragazzo seduto di fronte a me, un posto più avanti. Forse attratta involontariamente dai suoi movimenti, mi capitò, incuriosita, di esaminarlo attentamente mentre si sfilava il maglioncino. Quel semplice gesto insignificante  non si mostrò affatto un gesto normale ai miei occhi: il modo in cui quel piccolo ragazzo si tolse il maglioncino mi rimase così impresso che mi fece scattare qualcosa di inspiegabile dentro. Fu un movimento così dolce e fanciullesco, così innocente, ingenuo, con quella timida manina che teneva stretto la t-shirt intima in maniera così cucciola… mentre si impegnava a tenere al dritto la felpa sfilata, si scoprì un piccolo corpicino, prima nascosto sotto gli abiti larghi da fattone, con delle braccia esili esili, ricoperte da una montagna di peletti neri che sembrava un meraviglioso peluche tutto da coccolare, di una dolcezza unica! Avevo appena assistito ad una scena che mi fece completamente riprendere dallo stato di “trance” in cui ero caduta durante il film ed esplose in me un’intensa sensazione di tenerezza spietata nei suoi riguardi.. era la prima volta che mi capitava una simile reazione mentale in conseguenza ad una scena banale e da tutti i giorni. Quel povero ragazzo era Matteo, già, la nostra “guida”, che fino ad un attimo prima avevo guardato con occhi completamente diversi e disinteressati. Ora non si chiamava più “la guida”… il suo nome era “Matteo”. E davvero non me lo aspettavo. Rimasi perplessa ancora per qualche minuto e poi il mio viaggio proseguì, senza dimenticare però ciò che era appena accaduto.

Alle 11.30 arrivammo a Roma. Prima di scendere Matteo ci diede le ultime informazioni utili per la giornata, gli orari e il luogo di ritrovo. Ne approfittò, da buon furbetto, per dare il suo numero di telefono a tutti, nel caso in cui qualcuno si fosse perso o avesse avuto bisogno di informazioni aggiuntive. Mi ricordo che io non me lo segnai. Pensai di non averne bisogno e probabilmente fui l’unica a pensarlo. Sarebbe stato troppo scontato e banale ottenete il suo numero così…

La giornata trascorse molto in fretta e la ritirata era prevista per la mezza al pullman. Puntualissima con le altre all’appuntamento, in poco tempo arrivarono tutti e poi eccoci di nuovo in viaggio più spompi che mai!  Ricordo però che il viaggio di ritorno fu davvero insolito e sicuramente è stato il viaggio più piacevole che io abbia mai fatto, reso così speciale da una persona alquanto singolare. Era Matteo. Capitò  per caso una sosta in autogrill; semplice, breve ma estremamente fondamentale per tutto ciò che accadde di seguito. Fu la prima volta che parlai davvero con lui qualche istante prima della partenza, nella cosiddetta “pausapaglia”. 5 minuti, solo 5 minuti. Una conversazione assai affascinante, capace di risvegliare in me un devoto desiderio di conoscere più a fondo quel tipetto tutto pelle e ossa.  Forse il primo passo si era già compiuto: con una banale e insgamabile scusa, il mio numero di cellulare si era guadagnato un bel posticino nella rubrica del bel rappresentante degli studenti… e io ero diventata in quattro e quattr’otto l’ipotetico potenziale referente dei “grossi” ed “eventuali” problemi di infermieristica… Sicuramente apprezzabile come mossa di attacco da parte di un cacciatore, e decisamente inaspettata da parte mia, continuai l’approccio in maniera del tutto spontanea; Matteo mi metteva a mio completo agio e poveraccio, ormai, con me, era entrato nel tunnel del non ritorno. Una volta risaliti sul pullman, Iniziammo un discorso, che era dentro ad un altro discorso, che era dentro ad un altro discorso ancora, che era dentro ad un altro discorso, che era dentro ad un altro discorso ancora e ci perdemmo completamente parlando di università, di paesi, di città, di croce rossa, di hobby, di interessi, di piccioni, e di mangiare, di tutto e di più… il pullman era completamente silenzioso, tutti dormivano e io imperterrita continuavo a chiacchierare con quella dolce anima, in pena per il mio tono di voce. Mentre parlavo, lo guardavo negli occhi e notai quanto fosse espressivo il suo sguardo; il suo visetto minutino comunicava con quegli occhi, due gran bei occhioni ciccioni, che non richiamavano altro che tanta voglia di coccolarli. Ogni tanto qualche “Shhhhhhhhh” mi interrompeva, ma lo sguardo affascinato di Matteo mi sfilava le parole di bocca, e i discorsi venivano da soli, uno tirava l’altro… non era colpa mia! Era notte fonda ma il sonno neanche mi sfiorava. Stare seduta di fianco a lui, dividere una misera poltrona dell’autobus, stando a stretto contatto, coscia contro coscia, guardando soddisfatta da lontano il mio posto bello libero, parlare vicini vicini, quasi si toccavano le fronti, intraprendere abbozzi di disegni sulla tabella di marcia, e parlare, parlare e poi ridere, e provare la magia che il suo corpo trasmetteva attraverso le mie mani che non tenevo mai ferme… e fu tutto un dire… fino quasi all’alba. Arrivammo a Modena  che il tempo mi sembrò traditore dal gran che volò via. A malincuore non mi sentii di accettare il gentil passaggio che Matteo mi offrì fino a Fossoli per evitarmi il treno, però i tre bacini della buonanotte li colsi al volo. E così lo salutai. Pensai: “Chissà, gli avrò fatto una bella impressione?? Mah…vedremo..”, poi un sospiro mi riempì i polmoni e il suo ricordo mi accompagnò per tutto il tempo, finché non arrivai a casa, tanto che non mi accorsi nemmeno di essere ormai da sola!

Due giorni dopo rividi quegli occhioni in aula all’università; Matteo era venuto con Gabry a “predicare” a noi studenti di infermieristica sull’importanza del nostro voto alle elezioni universitarie, che si sarebbero tenute il giorno successivo. La predica in generale risultò poco efficace, soprattutto perchè la frecciatina era indirizzata al mio cuore, e non all’interesse dei miei compagni. E devo dire che su di me la  mira di Matteo fu davvero perfetta, con tanto di conferma il giorno successivo. Mi presentai infatti alle elezioni al nuovo centro didattico del policlinico con la Romina e l’Eleonora, tanto per avere qualche voto in più. Il cuore mi batteva. Ero agitatissima, eccessivamente troppo per la situazione. Mezzo sorrisino e viso rilassato. I miei occhi però si guardavano intorno inquieti, associati ad una espressione del viso che proprio non rispecchiava il mio stato d’animo. E bastò infatti qualche frazione di secondo per tradire l’apparenza e trasformarmi in una povera anima infuocata alla sola visione del mio adorato fanciullo. Improvvisamente il mio sistema simpatico (o parasimpatico???) andò a farsi friggere e persi il completo controllo di me stessa… arrossii così tanto che la vergogna mi sotterrò viva. Il tremendo rossore mi devastò il volto per parecchi interminabili minuti, davanti agli occhi divertiti ed increduli di Romina e Matteo. Non so il perché, ma fu la prima volta che ebbi una reazione così del tutto inaspettata e completamente incongruente per ciò che provavo allora.. o forse allora il mio cuore lo aveva riconosciuto già, e il mio cervello era rimasto ancora sul pianeta della razionalità... Boh!! Comunque a distanza di ben un anno posso dire che il mio cuore continua ancora a battere così ogni volta che quegli occhioni incrociano i miei e posso dire che nel giro di un anno il mio cervello ha abbandonato alla svelta il pianeta della razionalità per rifugiarsi nel fantastico mondo paradisiaco di Afrodite. Bastò davvero poco per affezionarmi a quella piccola creatura innocente che ora rappresenta la chiave della mia vita di tutti i giorni, l’essenza più profonda di ogni mio respiro, il piccolo rifugio caldo del mio cuore innamorato.

A distanza di un anno da quel magico giorno a Roma ripenso a tutto ciò che abbiamo vissuto insieme successivamente, a tutto quello che abbiamo condiviso, felicità ed angosce, a tutto quello che ci ha legato in una bellissima storia, per tutto questo tempo e che continua a legarci tutt’ora;  mi fermo allora a riflettere sul mio dolce amore, su come la mia strada per caso si sia incrociata alla sua e come, da un giorno all’altro, ci siamo ritrovati di fianco nel cammino della vita.  Non mi sarei mai immaginata come, in un solo giorno, Roma ti possa cambiare completamente la vita…
E pensare che tutta questa storia che ha preso forma e colore nel tempo, ha origini frastagliate, dettate da avvenimenti casuali, legate ad incontri fortuiti e decisioni inaspettate prese su due piedi.
Paradossalmente, si potrebbe dire che la nostra favola è paragonabile ad una partita a scacchi: è stato tutto così perfetto e preciso che il trasporto urbano di Firenze, gli amici tirapacchi e il gruppo di C.L. hanno rappresentato la torre, l’alfiere, e la regina di un perfetto scacco matto!
In gioco: le nostre vite. La vittoria: il nostro amore in un cocktail di destino e fatalità.

postato da: kenzus alle ore 00:57 | link | commenti (8)
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venerdì, 13 aprile 2007

9 - ANATOMIA UMANA II (2° e ultima parte)

Ero arrivato alla resa dei conti. Non si poteva più sbagliare, nessun errore poteva essere ammesso. O passavo l'esame o perdevo l'anno, e con esso la poca autostima rimasta e i sogni di una vita. Mi ero ripromesso che se non ce l'avessi fatta avrei mollato medicina, per andare a fare il carabiniere; così fantasticavo su come sarebbe stato portare la divisa, avere la pistola o quel superpennacchione rosso durante gli avvenimenti importanti, che tanto mi piaceva guardare al Tg1 quand'ero piccolo. Una sconfitta personale di dimensioni così enormi non sarebbe stata digeribile, neanche da uno come me che era sempre rimasto in piedi nonostante tutti i pugni che i vari boxeur di turno durante la mia vita mi avevano tirato per farmi soccombere.

Era maggio, quell'anno c'era un caldo mai visto. Io e la Silvia ci trovammo a metà mese per stilare un programma di studio. Il 3 giugno 2003 era la data che avrebbe segnato il nostro destino: eravamo messi nella stessa identica maniera, stessi esami fatti, quasi gli stessi voti, stessa situazione di merda. Ci rimboccammo le maniche e partimmo a studiare il primo argomento: le cavità orbitarie, con tutte quelle pareti del cavolo. Il giorno dopo si aggiunse a noi Ricky, un nostro compagno di studi.

Di quel periodo ricordo di quando andavo a studiare a casa della Silvia (studentessa fuori sede) e mi perdevo a fissare la miriade di calendari erotici del suo coinquilino attaccati al muro; di quando ripetevamo nel giardino interno degli istituti anatomici  con un cranio in mano o con un femore usato a mo' di bastone quando qualcuno di noi diceva una fesseria; della finale di Manchester persa dalla Juve per la quale Ricky ci abbandonò per tre giorni perchè andò in Inghilterra a vederla; delle liti furibonde che facevamo quando ognuno sosteneva la propria tesi (a che livello nasceva l'arco aortico? T2 o T4?) e di Ricky che, nel bel mezzo delle urla, col suo cellulare di nuova generazione faceva partire la sigla di E.R per sdrammatizzare; ricordo inoltre il primo giorno di ripasso generale, quando non ricordavo niente della cavità orbitaria e nasale e andai in crisi fino ad avere quasi le lacrime agli occhi; di quando il bidello degli istituti anatomici, che era diventato nostro amico, ci venne ad aprire clandestinamente solo per noi gli interi istituti anatomici il giorno prima dell'esame durante un festivo (festa della repubblica). Solo di una cosa, quel giorno stesso, avevo il terrore: l'utero e i suoi incannatissimi 4 legamenti. Ora voi mi direte: "Cacchio, un figlio di un ginecologo che non sa l'utero è un fallito!", purtroppo però non riusciva a entrarmi in testa neanche se me la picchiavo di continuo con il femore.

3 giugno. Mi siedo, davanti a me la prof che, in silenzio, guarda il mio libretto e scrive qualcosa sa un pezzo di carta bianca. Nella mia mente in preda al terrore, solo un'immagine: un utero gigantesco con il pallido colore rosa delle tavole del Netter, dai quali partivano enormi legamenti multicolore tra i quali spiccavano quelli con il nome più tenebroso che avessi mai sentito nella mia breve vita da studente di medicina: i terribili LEGAMENTI CARDINALI DEL MACKENRODT. Quando pensavo a essi mi veniva in mente una bussola (dove ci sono i segni cardinali) e un piatto sospeso in aria di maccheroni al pomodoro, secchi, freddi e disgustosi, e ogni volta che ripassavamo l'utero, allo scandire quell'orrendo nome, un brivido di paura mi percorreva la schiena.

"Mi parli... (ci pensa su), mi parli... mi parli dell'utero!". Non ci potevo credere. La leggenda che avevo sentito qualche tempo prima da uno studente più anziano di me era vera. Io lo avevo addirittura deriso per la sua teoria, e invece scoprii che era valida. Così mi vennero in mente le sue parole profetiche: "Quando ti presenti a un orale non sapendo un argomento e, prima che il prof cominci a interrogarti, speri in cuor tuo che la domanda non sia proprio su quell'unica cosa che non sai, hai un'altissima probabilità che invece ti chieda proprio quella cosa".

("No, non ci credo, non ci posso credere, ora come faccio"). Iin fondo, cazzo, mi erano venuti i bernoccoli in testa a furia di femorate per studiare quell'organo! Così partii. Memore dell'esempio che la prof fece a lezione, cominciai così: "L'utero è un organo cavo a forma di pera Williams rovesciata". Sgranò gli occhi e un sorriso nacque sul suo viso.

"Non va bene?" le chiesi io.

"No no va bene, è solo che mai nessuno mi aveva detto una cosa del genere all'esame"

"Eh prof, ma sa, è meglio specificare, perchè esistono tanti tipi di pera che hanno forma diversa dalla Williams"

E lei, ridendo: "Eh beh ha ragione, continui pure".

Le dissi bene le generalità sull'utero, feci un po' di casino sui legamenti, ma riuscii a passare macroanatomia. Dopo mezz'ora mi interrogò la prof. di microanatomia che mi chiese l'ipofisi e gli ormoni ipofisari, me la cavai discretamente.

21. Quel voto significava che avrei continuato a vedere i pennacchi dei carabinieri in televisione, ma soprattutto che in quella afosa, fottutissima estate di 4 anni fa mi sarei dovuto fare un culo così per passare l'altro bestione che mi aspettava dietro l'angolo: fisiologia II.

postato da: kenzus alle ore 23:25 | link | commenti (8)
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lunedì, 18 dicembre 2006

UNA RAGAZZA

Era il 1° maggio 2006. Come ogni anno, la mia lista universitaria aveva organizzato un pullman per il concerto di Roma ma questa volta il ruolo di responsabile era toccato a me. Portare a Roma 60 persone sconosciute non è una cosa così semplice come può sembrare in un primo momento. Raccogliere i soldi, contare le persone, dare indicazioni sull’ora e luogo di ritrovo è una rottura di scatole davvero incredibile, soprattutto per uno come me che ha zero senso dell’orientamento.

Quel giorno, sul pullman, non conoscevo proprio nessuno. Gli altri amici della lista universitaria avevano disertato a tradimento qualche ora prima della partenza lasciandomi completamente solo nella gestione del pullman. Nessuno mi aveva insegnato come si faceva, così inventai. Raccolsi i soldi, poi partimmo.

Dopo un'ora di viaggio proposi di guardare un film. Lessi i titoli disponibili a gran voce prestando attenzione alla reazione del gruppo, così capii che i due film più gettonati erano Taxxi 3 e Madagascar. Il primo era richiesto a gran voce dal fondo pullman, l’altro era la prima scelta di un gruppetto di ragazze che mi ipnotizzavano con i loro dolci occhioni da cerbiatte. Scelsi di accontentare il gentil sesso; piovvero fischi da chi non approvava la mia scelta. Proprio in quel momento una ragazza dai lunghi capelli biondi, una di quelle degli occhi da cerbiatta, venne a parlarmi con tono molto deciso: "Ciao dì all'autista se possiamo fermarci al primo autogrill dopo Firenze. Dobbiamo caricare una mia amica". Risposi che andava bene, anche se mi lasciò un po' perplesso il modo in cui me l'aveva chiesto; mi sembrava, a primo avviso, un tono non molto gentile, ma decisi di non farci caso. Aspettai che la ragazza tornasse al suo posto, poi visto che faceva caldo mi tolsi la felpa e cominciai a vedere il film che nel frattempo l'autista aveva appena avviato.

Arrivammo, scendemmo dal pullman e i 60 baldi giovani si dissolsero in piccoli gruppetti; rimasero a parte 10 ragazzi che, fedeli al loro capopullman, mi affidarono il compito di guida (reale e spirituale) e mi esortarono a condurli per le vie di Roma fino all'agognato concerto. Fu una giornata particolarmente felice, feci conoscenza di tante persone e per tutto il concerto mi sentii tra loro come se li conoscessi da anni. Alle 22:30 conminciammo ad avviarci a piedi verso la metro per raggiungere il pullman, che era rimasto a parecchi chilometri di distanza, poi a mezzanotte precisa ripartimmo.

Dopo neanche venti minuti di viaggio l'autista si dovette fermare perchè la vescica di molti passeggeri aveva raggiunto dimensioni più consone alla patologia che alla fisiologia. Mentre scendevo dal pullman, la ragazza bionda mi ringraziò per aver caricato la sua amica a Firenze, poi si presentò: "Mi chiamo Federica". "Piacere Matteo" le risposi. Era carina, aveva due grossi occhioni e una splendida chioma bionda, dei lineamenti molto forti, ma la cosa che mi aveva colpito particolarmente di lei era stato il modo di fare, così diverso da quello che avevo visto quella stessa mattina. Qualche altra frase di convenevole del tipo cosafainellavita scienzeinfermieristiche ahiomedicina daicivediamodopo e poi subito andai verso l'autogrill per rifocillarmi. Dopo 5 minuti tornai verso il pullman e mi accesi una sigaretta. La ragazza bionda (si chiamava Federica? Boh, non ne ero sicuro... maledetta memoria) era ancora lì e mi riprese: "Ma cosa fai, fumi? Cioè dai, un medico che fuma?". Effettivamente aveva ragione.

Matte: "Ma io fumo poco"

Ragazza bionda: "Se se dicono tutti così"

Matte: "Ma è vero!! Aspè com'è che ti chiami? Federica?"

Ragazza bionda: "Ma BRAAAAAVO!! Ti ricordi anche il mio nome!!" (con tono sarcastico).

(Insomma la memoria non è il mio forte, non è colpa mia!)

Matte: "Beh ti sei divertita oggi?"

Fede: "SSe, mi sono proprio divertita"

Matte: "Allora cara infermiera le piace il suo corso di laurea? Mi dica qualcosa di più sui suoi studi" (domanda "appezzo", ora la faccio parlare un po', alle donne piace parlare, magari le riesco pure a scroccare il numero di telefono)

Fede: BLA BLA BLA BLA BLA BLA (l'avevo detto che alle donne piace parlare)

Matte: "No sai, te l'ho chiesto perchè sono un rappresentante degli studenti e mi è utile sapere com'è la situazione a infermieristica" (sì certo, proprio per questo, mica perchè la vuoi impezzare per chiederle di uscire...)

Fede: "Ah sì? Ma che bravo che sei rappresentante" (sprecati un po' di più con i complimenti se vuoi, eh!)

Matte: "Comunque dai, ti lascio il mio numero così se hai bisogno di un rappresentante sai chi chiamare"

Fede: "Ah OK! Dai dimmi"

Matte: "33XXXXXXXX..." (Poi, dal nulla, tiro fuori il mio coraggio) "Dai dammi anche il tuo.. così ti invito a uscire con me se ti va"

(Questa ora mi dà l'ennesimo "due" che dovrò aggiungere al mio famoso "mazzo due di picche" che custodisco gelosemente a casa.. ma cosa mi è saltato in testa?)

Fede: "Va bene, va bene, dai... scrivi!!!"

C'ero riuscito. Mi aveva dato il suo numero. Risalimmo sul pullman, ognuno al suo posto tranne lei che rimase a chiacchierare al mio fianco, in piedi, per tutto il viaggio di ritorno. Pensavo che volesse parlare ancora per 5-10 minuti e invece.. parlammo di tutto, dall'università ai piccioni, i volatili che io pensavo che non si mangiassero e invece lei diceva di sì, perchè aveva un allevamento di piccioni di fianco a casa sua, ma io non riuscivo a immaginare a cosa servissero i piccioni e così l'unica cosa che mi venne in mente era che venissero addestrati come piccioni viaggiatori come si sente nelle fiabe o nelle leggende e lei rise, rise e non stava mai zitta, parlava a macchinetta ma non era logorroica come si potrebbe pensare, era chiacchierona ma non sgradevole. Tutto il pullman dormiva ma lei parlava ad alta voce, e io ogni tanto le facevo "SSSSSSHHH!!!" e lei faceva "Ssssshhhhh" e dopo 30 secondi che parlava ritornava allo stesso volume di prima. A metà viaggio si sedette sulle mie ginocchia e continuammo a parlare fino alle 4, ininterrottamente. Io le dicevo di stare un po' zitta ma lei continuava imperterrita: sembrava che avesse sempre qualcosa da dire e andava a finire che senza volere mi ritrovavo catapultato in un nuovo interessante discorso. Arrivati a Modena, ci demmo i rituali due bacini (o tre?) e ci salutammo.

Due giorni fa io e la Fede abbiamo fatto sette mesi insieme.

Potrei raccontarvi che lei accettò di uscire con me perchè l'avevo colpita nel leggere la lista dei film e perchè, quando mi tolsi la felpa, mi tenni stretta con una mano la t-shirt che avevo sotto per non scoprirmi, così da non far vedere il torace o la schiena alle altre persone.

Potrei raccontarvi di quando la incontrai "per caso" qualche giorno dopo e la feci arrossire quando le dissi che secondo me era venuta lì apposta per incontrarmi, e che poi le feci notare che era arrossita e che lei arrossì ancora di più fino a diventare di color rosso pomodoro.

Potrei raccontarvi di quando uscivo contemporaneamente con la Fede e con un'altra ragazza molto carina e non sapevo quale scegliere delle due perchè mi piacevano entrambe.

Potrei raccontarvi di quando la Fede mi portò a fare un giro in bicicletta e si fece caricare da me anche se avevamo due bici a disposizione.

Potrei raccontarvi che scelsi la Fede tra le due proprio per quel giro in bicicletta.

Potrei raccontarvi del nostro primo bacio, così passionale e intenso per lei ma così orribile per me che quasi pensai di ritornare da quell'altra.

Potrei raccontarvi che quel primo bacio non si ripetè più, ma fu seguito da baci sempre più meravigliosi.

Potrei raccontarvi la nostra prima volta insieme, la nostra vacanza, gli sguardi intensi, i miei strippi, la sua laurea, le carezze sulla pancia, i suoi gatti, i baci col ciocco, gli occhi a cuoricino, gli opposti che si attraggono.

Potrei raccontarvi, cari lettori, ma tutto quello che viene dopo i piccioni è un'altra storia.

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lunedì, 25 settembre 2006

LA MORTE

Tante volte, durante la vita quotidiana, sentiamo questa austera tanto temibile parola. Ce la immaginiamo in tanti modi, per lo più associata a colori scuri, sempre e comunque brutta, negativa.

Non c'è niente da fare, la Morte ha sempre esercitato su di me un notevole fascino, come qualcosa che non si riesca ad afferrare con la ragione, ma che bisogna accettare per quello che è: la fine del percorso di vita di un qualsiasi individuo. Ho sempre pensato di non aver paura di Lei, e invece mi sono accorto di averne quando mi sono reso conto di quanto la vita, a volte, sia davvero un filo sottile che rischia di spezzarsi all'improvviso.

Ancora porto i segni su di me di quella notte in servizio d'emergenza in ambulanza che ho svolto con la Croce Rossa, che ho ben descritto in un precedente post. A volte mi torna in mente, come un proiettile che perfora qualsiasi sentimento positivo che porto in me in quel momento, quel cadavere prono nel fosso pieno d'acqua, quella scena che noi soccorritori avevamo sverginato, quasi come profani. E dopo tanti mesi ancora ci pensi, pensi alla tua impotenza davanti alla Signora in Nero, temibile ma allo stesso tempo dotata di un micidiale fascino.

Da tirocinante in chirurgia d'urgenza mi è capitato parecchie volte di avere a che fare con la Signora in Nero. Tante volte, mentre in sala operatoria assistevo a interventi palliativi su pazienti che avevano già la parola "morte" marchiata a fuoco su di loro, la intravedevo, sfuggente, con la falce in mano, che aspettava, aspettava con una inquietante calma che noi finissimo il nostro lavoro. Poi il giorno dopo, mentre ancora assonnato ti apprestavi a iniziare una nuova giornata in reparto, scoprivi che Lei era passata durante la notte, lasciando libero un letto che fino a poche ore prima era occupato.

Stamattina Lei è venuta a farci visita. Come sua abitudine, non ha avvertito che sarebbe passata. La sua prescelta era una paziente che avevamo operato 4 giorni fa, facendole una gastroenteroanastomosi palliativa per carcinoma gastrico cher aveva già dato metastasi epatiche. La paziente stava bene, non aveva nessuna anomalia, forse era solo un pò giù di morale. Lei è passata e come al solito ha attirato l'attenzione di tutto il personale; questa volta sono stati scomodati anche i rianimatori che di corsa sono giunti per Lei, ma Lei, come sempre, ha fatto una fugace visita, lasciandoci solo, come al solito, un letto libero in più. Addio, signora del letto 7.

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venerdì, 07 luglio 2006

PILLOLA DI VITA N. 7

Quel giorno ero reperibile in chirurgia. Il primo intervento previsto era una gastroenteroanastomosi su una vecchietta di 94 anni suonati; gli specializzandi mi avevano detto che non c'era molto con la testa e che era mezza demente. Così, una volta in induzione (saletta nella quale la paziente viene preparata per la sala operatoria) provai a chiederle come andava, sicuro che non mi avrebbe risposto o che avrebbe sfarfugliato qualcosa di incomprensibile come accade alla maggior parte dei dementi. E invece che sorpresa sentirmi rispondere: "Non male". Le sorrisi, e lei di risposta mi sorrise, le strinsi la mano e anche lei me la strinse. Arrivò l'anestesista e mi feci indietro per farlo lavorare. Cominciò a fare tutte le cose che doveva fare e la signora smise di sorridere, anzi sul suo viso ora aleggiava un'espressione turbata che fino a qualche secondo prima non aveva. Ci fu un momento, però, che i suoi occhi incrociarono i miei e mi sorrise nuovamente, per ritornare un attimo dopo all'espressione turbata e preoccupata quando l'anestesista le infilò un ago-cannula in vena.
Verso la fine dell'intervento si parlava dell'operazione successiva che doveva effettuare la chirurgia pediatrica: un inserimento di catetere in una bambina ucraina di 10 anni di 13 chili di peso con un linfoma gastrico. 13 chili li pesa mio fratello che ha quasi 4 anni. A fine intervento il prof mi chiese di andare a chiamare i parenti della signora appena operata, così mi diressi verso l'uscita del blocco operatorio e lì la vidi da lontano, mentre aspettava di essere portata in sala: era uno scheletro con un pigiamino da bambina. Poi, una volta sbrigati gli ultimi lavori, mi andai a cambiare nello spogliatoio e uscii. Potevo vederla nuovamente da lontano, era di nuovo lì davanti a me, con a fianco i suoi sconsolati genitori che sussurravano in una lingua a me ignota. Mi avvicinai sempre di più e potei vederle il viso, così magro che si poteva paragonare a quello di un ebreo in un campo di concentramento, così scavato dalla malattia che faceva quasi ribrezzo, che mi venne quasi voglia di voltarmi dall'altra parte. Quando finalmente le passai di fianco lei mi fissò per 2 soli secondi e mi partì un brivido di cui ancora adesso porto vivo il ricordo: aveva 2 occhioni verdi meravigliosi, così grandi che il resto che li contornava non c'entrava nulla con essi, così carichi di tristezza e sconsolazione che mi sconquassarono completamente da cima a fondo. In quei 2 secondi quella bambina mi rubò tutto ciò che di positivo avevo, lasciandomi attonito, con un senso di impotenza e fragilità che molte volte si mette da parte nella vita quotidiana per non soccombere ad essa. Rimasi amareggiato a lungo. A fine giornata mi convinsi che il linfoma non aveva potuto avere occasione di guardarla negli occhi prima di colpirla in quel modo.
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martedì, 30 maggio 2006

LA PIRAMIDE DI MASLOW

In questo periodo tutto va splendidamente. Ho trovato un equilibrio interiore che non avevo mai avuto in vita mia.

maslow

Ecco a voi la piramide dei bisogni di Maslow. Copio e incollo la spiegazione del sito http://www.psicopedagogie.it/motivarsi.html

I desideri dell'uomo non sono isolati e a sé stanti, ma tendono a disporsi in una gerarchia di dominanza e di importanza.

 

-In questa scala, al livello della base, ci sono tutti i bisogni fisiologici, essenziali per la nostra sopravvivenza fisica nell'ambiente. Prima di soddisfare i bisogni più alti nella scala, l'individuo tende a soddisfare quelli più bassi, ovvero quelli più importanti per la sua sopravvivenza. Per quello che riguarda i bisogni più alti degli individui essi tendono a variare molto nel tempo. Ogni persona compie un suo percorso di maturazione e sviluppo motivazionale all'interno del quale le mete e gli obiettivi di livello alto possono subire grandi modificazioni. Inoltre un successo tende spesso a essere dimenticato e, il vecchio obiettivo, tende a essere sostituito da uno più grande e ambizioso. Mentre i bisogni fondamentali per la sopravvivenza una volta soddisfatti tendono a non ripresentarsi, almeno per un periodo di tempo, i bisogni sociali e relazionali tendono a innescare nuove e più ambiziose mete da raggiungere.

 

La scala delle aspirazioni degli individui, con i bisogni fondamentali ordinati per priorità della soddisfazione, è schematicamente rappresentata nella figura.

Entriamo ora più nello specifico di ogni singola categoria.

-I bisogni fisiologici: sono i tipici bisogni di sopravvivenza (fame, sete, desiderio sessuale…). Funzionali al mantenimento fisico dell'individuo. Secondo Maslow ogni bisogno primario serve da canale e da stimolatore per qualsiasi altro bisogno. In questo senso l'individuo che sente lo stimolo della fame può ricercare amore, sicurezza, stabilità affettiva, al di la del più comune bisogno di nutrimento fisico.
Nella scala delle priorità i bisogni fisiologici sono i primi a dovere essere soddisfatti in quanto alla base di tali bisogni vi è l'istinto di autoconservazione, il più potente e universale drive dei comportamenti sia negli uomini che negli animali. Se in un individuo non trova soddisfazione di nessun bisogno, sentirà la pressione dei bisogni fisiologici come unica e prioritaria. Solo nel momento in cui i bisogni fisiologici vengono soddisfatti con regolarità, allora ci sarà lo spazio per prendere in considerazione le altre necessità, quelle di livello più alto. Nelle nostre moderne civiltà occidentali il problema della sopravvivenza è diventato oramai un acquisizione stabile e duratura, per cui sono i bisogni di più alto livello ad essere al centro dell'attenzione. Ovviamente essi non scompariranno definitivamente ma rimarranno attivi e, se stimolati, ricompariranno.

 

-I bisogni di sicurezza: i bisogni di appartenenza, stabilità, protezione e dipendenza, che giocano un ruolo fondamentale soprattutto nel periodo evolutivo, insorgono nel momento in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti. Anche questi bisogni sono drive fondamentali che danno forma ad alcuni comportamenti tipici, soprattutto di carattere sociale. La stessa organizzazione sociale che ogni comunità si dà a seconda della propria cultura, è un modo di rendere stabile e sicuro il percorso di crescita dell'individuo. Problemi riguardanti il soddisfacimento di questo bisogno durante le fasi critiche dello sviluppo, da parte per esempio di madri poco affettuose e rassicuranti, possono preludere a problematiche anche profonde nell'età adulta.

-I bisogni di affetto: questa categoria di bisogni è fondamentalmente di natura sociale e rappresenta l'aspirazione di ognuno di noi a essere un elemento della comunità sociale apprezzato e benvoluto. Più in generale il bisogno d'affetto riguarda l'aspirazione ad avere amici, ad avere una vita affettiva e relazionale soddisfacente, ad avere dei colleghi dai quali essere accettato e con i quali avere scambi e confronti.

-Il bisogno di stima: anche questa categoria di aspirazioni è essenzialmente rivolta alla sfera sociale e ha come obiettivo quello di essere percepito dalla comunità sociale come un membro valido, affidabile e degno di considerazione. Spesso le autovalutazioni o la percezione delle valutazioni possono differire grandemente rispetto al loro reale valore. Molte persone possono sentirsi molto valide al di là dei loro meriti e riconoscimenti reali, mentre altre possono soffrire di forti sentimenti di inferiorità e disistima anche se l'ambiente sociale ha un atteggiamento globalmente positivo nei loro confronti.

-Il bisogno di autorealizzazione: si tratta di un'aspirazione individuale a essere ciò che si vuole essere, a diventare ciò che si vuole diventare, a sfruttare a pieno le nostre facoltà mentali, intellettive e fisiche in modo da percepire che le proprie aspirazioni sono congruenti e consone con i propri pensieri e con le proprie azioni. Così un pittore deve dipingere, un musicista deve suonare, un finanziere deve vendere azioni, una casalinga deve fare i suoi mestieri e così via. Non tutte le persone nelle nostre società riescono a soddisfare tutte e a pieno le loro potenzialità, infatti l'insoddisfazione sia sul lavoro che nei rapporti sociali e di coppia è un fenomeno molto diffuso. L'autorealizzazione richiede caratteristiche di personalità, oltre che competenze sociali e capacità tecniche, molto particolari e raffinate. Secondo Maslow le caratteristiche di personalità che deve avere una persona per raggiungere questo importante obiettivo sono:realismo ,accettazione di sé, spontaneità, inclinazione a concentrarsi sui problemi piuttosto che su di sé, autonomia e indipendenza, capacità di intimità, apprezzamento delle cose e delle persone, capacità di avere esperienze profonde, capacità di avere rapporti umani positivi, democrazia, identificazione con l'essere umano come totalità, capacità di tenere distinti i mezzi dagli scopi, senso dell'ironia, creatività, originalità.

Io, tanto per farvi capire, sono arrivato in cima e credetemi che quassù si sta da dio. Lo so che presto o tardi cadrò, ma per ora lasciatemi godere il mio momento. E' anche per questo che in questo periodo sto scrivendo così poco. Per me lo scrivere è un grande sfogo interiore, un punto di partenza per capire i propri sbagli e cercare di correggerli, un modo per raccontare a un lettore ciò che nessuno ha saputo apprezzare quando l'hai raccontato a parole, vuoi per incapacità tua, vuoi per menefreghismo di chi ti ascoltava. Ma se sono in cima alla piramide, che bisogno ho in questo momento di scrivere?

Ho tante ragazze che ambiscono ad avermi, una in particolare mi adora e ci sto uscendo insieme, non ho nemici attualmente e i pochi che ho avuto in passato mi hanno sempre apprezzato come avversario, in università mi conoscono tutti e mi stimano per il lavoro che sto facendo come rappresentante, in croce rossa sta andando meravigliosamente e sto diventando un buon soccorritore, in famiglia sono amato e sono il punto di riferimento per i miei 3 fratelli minori, non ho molti soldi ma non me ne frega nulla, sono indietro di soli 3 esami (piccoli) ma chissenefrega, i problemi di cosa fare durante il weekend si sono risolti e non sono più io a chiamare gli altri ma gli altri che chiamano me per propormi cosa fare, ho chiesto la tesi in chirurgia d'urgenza. Non prendetemi per arrogante, superbo o cose del genere. Sono una persona umile, che non si vergogna a dire che non sa una cosa e a riconoscere che la persona che mi sta davanti ne sa più di me. Quello che vi racconto è il frutto di uno sforzo immane che ho fatto in questi anni, ora lasciatemi godere il raccolto di quanto ho seminato in passato, quando ero solo come un cane, senza nessuna donna che mi cagava, senza amici con cui uscire, senza certezze per il futuro, pieno di paranoie e insicurezze con autostima pari a zero.

Se non avete capito tutto questo discorso, vi lascio queste foto. Guardate che spettacolo: un mio amico soccorritore che guarda l'alba della domenica mattina mentre trasportavamo un'anziana dal pronto soccorso all'ospizio in cui viveva. Un'alba stranissima, con un'anomala nebbia di fine maggio. Questa ora è la mia vita.

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venerdì, 05 maggio 2006

UNA GIORNATA COME UN'ALTRA

4 maggio 2006: 2° giorno di voto per le elezioni universitarie. Sono candidato per l'uninominale al consiglio degli studenti, in consiglio di facoltà e in consiglio di corso di laurea con la lista Unione Universitaria. A medicina la nostra lista fa da padrona, nei tre anni precedenti gli avversari (Student Office) sono stati inesistenti pur avendo stravinto le elezioni del 2003, però possono contare ancora su una buona schiera di fedelissimi pronti a votarli. Student Office di medicina ultimamente si è completamente rinnovata con il calar del sipario su studenti che si sono laureati e l'entrata in scena di novellini dei primi due anni di medicina. Così, dopo tutta la giornata di ieri passata davanti ai seggi elettorali per trascinare la gente a votare per me, anche stamattina il mio compito doveva essere portato a termine. Alle 9 ero già davanti al seggio, pronto a dar battaglia a suon di "santini" ai candidati di Student Office. Arrivate le 14:00 (ora di chiusura dei seggi), è cominciato lo spoglio elettorale. Io ero rappresentante di lista al seggio delle lauree brevi della facoltà di medicina, così avevo diritto, nel caso ce ne fosse stato bisogno, di contestare le schede con voto dubbio. Aperta la prima urna (Senato Accademico) e fatta la conta delle schede, il risultato non lasciava dubbi: 118 votanti, 18 Student Office, 91 Unione Universitaria, 1 Movimento Universitario Padano, 2 Azione Universitaria, 1 bianca, 5 nulle di cui 2 contestate da Student Office. Avevamo stravinto di brutto. Il mio capo lista Gabriele, candidato al Senato Accademico, ha preso il telefono in mano e ha cominciato a telefonare a destra e a sinistra per sapere come stava andando nelle altre facoltà: avevamo stravinto dappertutto. Così, appena posato il telefono, Gabriele è entrato in estasi: bastava guardarlo negli occhi per comprendere il suo stato d'animo di quel momento. Mai e poi mai ci saremmo aspettati una vittoria così netta, così stracciante. I candidati di Student Office, vincitori uscenti, erano allibiti dal divario così imponente tra loro e noi; ci fissavano sconsolati mentre io e Gabri ci scambiavamo sguardi di gioia immensa. Stesso risultato a medicina e odontoiatria ma stavolta con il vantaggio dei grandi numeri: quasi 500 votanti. Tutti i candidati dei consigli maggiori, nel giro di un'ora, si sono precipitati nel nostro centro didattico per farci le congratulazioni (quella di medicina è stata la vittoria più schiacciante di tutte le facoltà), addirittura qualcuno ha portato una bottiglia di spumante per festeggiare. Avevamo spadroneggiato su tutti i fronti, su tutti i consigli, ridicolizzando gli avversari che, a partire da oggi, potranno contare solo su 5 rappresentanti di facoltà su 25 totali. L'occasione per festeggiare insieme era fissata per stasera in una pizzeria situata di fianco alla sede dei DS.

Ore 23: io, Gabri, una sua amica (Elena) e un altro rappresentante, dopo esserci trovati a casa di una nostra collega,  ci avviamo in macchina verso la pizzeria dove ci attendono tutti gli altri candidati di Unione Universitaria: volevamo festeggiare fino allo sfinimento questo trionfo inaspettato. Così, davanti a una pizza e un bicchiere di limoncino, sono partiti dei cori per celebrarci l'un l'altro. A un certo punto un signore sconosciuto sulla cinquantina, dal tavolo di fianco al nostro, ci urla: "Ma la vogliamo smettere? E' da quando siamo qui che rompete i coglioni!!!". Non l'avesse mai detto. Alcuni dei nostri si sono alzati, gasati dai vapori dell'alcool, per controbattere alla richiesta poco cortese dell'uomo, che stava seduto al tavolo con altri suoi coetanei. Ne è nata un'accesa discussione che è culminata con una frase, riferita a uno dei nostri (Gian Franco), che non doveva essere pronunciata: "E tu, fai sedere quella puttana, dai". La "puttana" era la ragazza di Gian Franco.. Al mio amico gli si è chiusa la vena e non ha capito più nulla: è partito in quarta per scagliarsi contro il signore. Tutti noi ci siamo alzati e lo abbiamo tenuto fermo, ma la rissa è stata sfiorata per un niente. Nel frattempo, mentre noi cercavamo di fermare Gian Franco, la sua ragazza ha avuto una crisi d'ansia ed è crollata a terra, dispnoica. La situazione era davvero assurda: alcuni continuavano a maledire i signori, altri cercavano di dare assistenza alla ragazza a terra. Fortunatamente la nostra amica si è ripresa in fretta, ma lo scontro verbale tra noi e loro è andato avanti per più di 5 minuti. Poi non so perchè, ma un nostro amico albanese ha pronunciato verso uno di quelli questa frase: "Siete fortunati che non ho alzato le mani perchè sennò non arrivavate a casa vivi". D'improvviso, sentite quelle parole, quel signore di scatto si alza dalla sedia e tira fuori un distintivo: "Sono un pubblico ufficiale, ora basta, fammi vedere un documento". E così è iniziata un'altra diatriba, quella del documento che non voleva essere mostrato. Dopo altri 20 minuti di litigi, pianti, urla, intervento di un assessore del comune che si trovava nel locale, altre risse sfiorate e offese gratuite bipartisan, siamo usciti dal locale, sconvolti e incazzati per come una serata di festa si era trasformata in una serata buia e senza sorrisi.

Si è deciso di andare tutti a ballare per sbollire la rabbia. Prendo la mia macchina perchè non voglio tornare troppo tardi a casa, così seguo Gabri che mi precede con la sua car e ci avviamo verso la disco. Fatti neanche 100 metri, ci troviamo fermi al semaforo. Scattato il verde, Gabri procede, io sono pronto a ripartire ma un ragazzo mi bussa al vetro. Tiro giù il fnestrino e lui mi chiede un passaggio. Rifiuto, è tardi, ha una faccia da far paura, devo seguire il mio amico. Il ragazzo insiste, io gli dico nuovamente no. All'improvviso questo apre la portiera di destra e sale in macchina, continuando a chiedere un passaggio. Comincio ad avere paura, ma di nuovo rifiuto di dargli un passaggio. Me lo chiede altre tre volte e io altrettante volte dico no. Di punto in bianco sale una seconda persona sul sedile posteriore, aprendomi la portiera posteriore destra. La paura si trasforma in terrore. Controllo la situazione: sulla mia macchina ci sono due ceffi che solo a guardarli mettono paura, in giro non si vede anima viva, neanche una macchina di passaggio, loro sono in due e io sono solo, sono proprio nella merda. Il ragazzo di fianco a me continua imperterrito a chiedermi un passaggio ma io rifiuto, no, non vi voglio portare da nessuna parte, voi due mi volete derubare, lo so, lo so, è un trucco vecchio come il mondo. Il cuore ormai va per i cazzi suoi, in piena tachicardia data dall'iperstimolazione del simpatico. Ancora una volta il ragazzo di fianco mi chiede un passaggio, stavolta gli rispondo con tono deciso:"NO, non voglio dartelo". A quel punto il ragazzo cambia espressione, diventa scura in volto e mi dice: "Eh no" mettendosi la mano nella tasca destra. In quel momento mi è passato di tutto per la testa; se rimanevo in macchina ero spacciato, dovevo fare qualcosa, se in tasca quel tipo aveva un coltello ero rovinato. Così, con un lampo di genio, do una fugace occhiata allo specchietto e vedo sopraggiungere da lontano una macchina dietro di me. Con uno scatto da felino spengo il motore, tolgo le chiavi e scendo dalla macchina, mettendomi in mezzo alla strada chiedendo aiuto. L'auto che stava sopraggiungendo si ferma e dico all'autista che ci sono due persone che mi vogliono derubare. I due criminali, sorpresi, scendono dalla mia macchina e cominciano, con passo celere, ad avviarsi verso il parco limitrofo. Non mi perdo d'animo e chiamo il 113. Fortuna voleva che la questura fosse esattamente di fianco al ristorante in cui ero stato fino a 5 minuti prima, così in neanche un minuto una volante era già arrivata da me. Gli spiego la dinamica e loro ripartono sgommando, alla ricerca dei 2 uomini, invitandomi a presentarmi in questura. Li hanno presi, quei gran figli di puttana. Due zingari di merda, già conosciuti da tempo. Mi chiedono se voglio sporgere denuncia, ma decido che è meglio di no. Loro non possono arrestarli perchè in fondo non mi hanno minacciato, non mi hanno derubato, non avevano armi con loro. Gli agenti mi fanno avere un faccia a faccia con quei due, che mi chiedono scusa con la loro faccia da culo, giustificandosi dicendo che mi volevano chiedere solo un passaggio. Certo, certo, come no. Ringrazio gli agenti e il maresciallo mi tranquillizza, con fare gentile e premuroso. Vado in disco, completamente sconvolto. Non ho più voglia di fare nulla stasera, la mia goia per le elezioni si è trasformata in disgusto, in paura.

Non è ancora finita, perchè manca la perla finale. Dovete sapere che la vita di un ragazzo va a periodi; ci sono i periodi sì e i periodi no, che molte volte vanno a braccetto anche con la situazione sentimentale/di relazione. Così, durante i periodi no, non vedi uno straccio di ragazza e passi il tempo a chiederti perchè nessuna voglia uscire con te. I periodi no a volte durano anche molti mesi, in cui l'unica tua amica inseparabile rimane sempre ed esclusivamente Federica. Poi, inspiegabilmente, comincia un periodo sì. I periodi sì sono caratterizzati da un alto tono dell'umore, accompagnato il più delle volte da successo con le donne. La cosa strana è che durante i periodi sì non c'è solo una donna che vuole uscire con te, ma c'è n'è sempre più di una. Così ti chiedi il perchè nei mesi precedenti non ne hai avuta manco una e invece adesso hai la "panchina". Bene, io ora sto uscendo con la tipa n.1, ma qualche giorno fa ho conosciuto la tipa n.2 con la quale dovrei uscire sabato. Ieri ho conosciuto la tipa n.3 che si vede lontano un miglio che ci sta (ma non mi piace) ma stasera, stasera ragazzi, è entrata in scena la tipa n.4. Vi ricordate durante questo post quando ho citato una certa Elena? L'ho conosciuta stasera, fa il primo anno di chimica. Io non so che impressione le abbia fatto, tra l'altro stasera avevo una faccia davvero sconvolta, ma al momento di salutarla, poco prima di andare a casa, mi ha chiesto il numero di telefono. E' capitato rarissime volte nella mia vita che una donna appena conosciuta mi chiedesse il numero, perchè di solito è il contrario... Non avrei mai detto, mentre stamattina mi alzavo dal letto, che una ragazza che mi chiede il numero di telefono sarebbe stato un avvenimento di secondo piano rispetto a tutto quello che mi sarebbe capitato durante la giornata.

postato da: kenzus alle ore 04:26 | link | commenti (14)
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venerdì, 21 aprile 2006

L'INNOCENZA

Due giorni fa io, mia sorella e il mio fratellino di 3 anni e mezzo siamo andati in un centro commerciale. Entrati in un negozio di abbigliamento, mia sorella ha cominciato a provarsi tremila vestiti in camerino. Nel frattempo mio fratello, soprannominato "Attila" non senza motivo, ha cominciato ad agitarsi e ad andare a destra e sinistra all'interno del negozio. Arrivato davanti a un manichino svestito è rimasto come ipnotizzato per circa un minuto, con la testa all'insù e gli occhi sgranati, osservando attentamente quella figura che non aveva mai visto. Vedendo che appariva sempre più disorientato, ho deciso di aiutarlo, così gli ho spiegato:

"E' un manichino, è finto"

Mio fratello mi fa una faccia incredula; ci pensa un attimo su per qualche secondo, ricominciando a guardare il manichino. All'improvviso gira la testa verso di me e mi domanda:

"Ma è buono?"

postato da: kenzus alle ore 20:38 | link | commenti (11)
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giovedì, 13 aprile 2006

IL PEGGIORE TRA I MIGLIORI

Eccomi qua, dopo un lungo periodo di assenza dal blog. Non ho avuto un attimo di tempo libero, ora come ora mi trovo in biblioteca medica e sto aspettando di andare in sala operatoria per fare da assistente a due interventi: laparoscopia esplorativa di una paziente del reparto di malattie infettive (non so neanche quale sia il sospetto diagnostico) e una presunta peritonite con Blumberg positivo soprattutto in fossa iliaca destra. E' un periodo strano per me, vivo alla giornata, ho l'umore abbastanza alto. Sto uscendo con una tipa bisessuale fuori di testa ma non cerco la storia seria e tanto lo so come andrà a finire. Lei si prenderà una cotta per me e anche stavolta tutto finirà con un nulla di fatto, come accade da 2 anni e mezzo a questa parte.

Durante la mia breve esistenza in questo mondo ho sempre cercato di dare un senso alla mia vita, di farmi un progetto a lunga scadenza e di non prendere mai di istinto una decisione che potrebbe segnare per sempre la mia vita. Così in questo periodo ho pensato molto alla mia tesi di laurea e alla fatidica domanda: "Cosa farò da grande?". Sono entrato in crisi. La chirurgia mi piace da impazzire ma mi rendo conto che è una delle branche più difficili della medicina; bisogna essere portati e ci vuole testa, mano, spirito, sacrificio e tanto coraggio. Così mi sono chiesto se posso farcela, se sono in grado di diventare un buon chirurgo. Non lo so. Non posso saperlo. E' un rischio enorme, un rischio che può segnare per sempre la mia vita: se fosse la scelta sbagliata sarei rovinato. Il reparto in cui mi trovo di certo non mi aiuta a prendere questa difficilissima decisione; mi sento un completo ignorante, faccio alcuni errori, non ho ancora imparato a dare i punti come si deve, mi sento imbastito, a volte addirittura fuori luogo, non so come muovermi e le persone che mi potrebbero dare una mano lo fanno molto raramente. Ma quali sarebbero le alternative? Una disciplina internistica la odierei dopo neanche un mese: troppo statica, mi romperei le scatole immediatamente. Un'altra disciplina chirurgica non la voglio fare: mi piace l'addome. il medico di famiglia non ci penso neanche a farlo. Anestesia? Sì bello, ma che palle tutti quei calcoli che devi fare in continuazione. Sono convinto però che se scegliessi un altro reparto sarebbe moooolto, molto più facile saltarci fuori. Ci sono discipline internistiche in cui ci sono medici che dal primo giorno di internato ti prendono a braccetto e ti tramandano il loro sapere dalla A alla Z, giorno per giorno. Il reparto in cui sono io non è così; i medici strutturati fanno fatica a spiegarti le cose, gli unici sono gli specializzandi che, poveri cristi, fanno quel che possono. E' da più di un anno che frequento chirurgia e solo ora ho preso un po' di confidenza con tutti. Due giorni fa, in preda a un raptus di follia, dopo essere uscito dalla sala operatoria, ho raccontato balle cosmiche al mio prof che non era presente che mi chiedeva come fosse andato l'intervento. Gli ho detto che era stata fatta una gastroenteroanastomosi e invece era una gastroresezione atipica: ho fatto una figura di merda atomica.

Tutto questo mi porta a fare una riflessione. E' meglio essere il peggiore tra i migliori o il migliore tra i peggiori? Che badate bene, può sembrare la stessa cosa ma non lo è affatto. E' molto più difficile essere il primo che il secondo. In questi ultimi 10 anni ho sempre voluto essere il peggiore tra i migliori. Ho sfidato me stesso, mi sono portato al limite delle mie possibilità e anche oltre, ingoiando merda il più delle volte ma anche essendo lodato nelle rare occasioni in cui riuscivo a contraddistinguermi. Ho sempre scelto i percorsi più difficili, più irti di difficoltà, quelli più pesanti, quelli che cominci non sapendo se riuscirai a portarli a termine e quelli che ti stressano l'anima nel profondo. Ho scelto i percorsi più difficili per la carriera, in famiglia e persino con gli amici. Così, per me, scegliere un'altra specialità significherebbe essere il migliore tra i peggiori, non nel senso stretto dell'espressione ma solo ed esclusivamente per me, per quello che desidero. Significherebbe scegliere la strada più facile e per me rappresenterebbe una sonora sconfitta.

Devo trovare la forza, devo assolutamente trovarla, per scegliere definitivamente chirurgia come specializzazione. Voglio nuovamente tornare a essere il peggiore tra i migliori. Lo voglio con tutte le mie forze, per poter dire, alla fine del percorso, che anch'io ce l'ho fatta.

postato da: kenzus alle ore 16:19 | link | commenti (14)
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